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La strana crisi di Dini
La maggioranza ottiene l’approvazione della importante legge Finanziaria, ma Dini e altri quattro senatori annunciano che è necessario un nuovo quadro politico. Potranno logicamente ottenerlo soltanto quando il governo uscirà battuto, anche grazie al loro voto contrario su qualche tematica di grande rilievo programmatico e politico, come, ad esempio, l’approvazione del protocollo sul welfare. Giunto al punto più alto del suo successo, il governo Prodi appare diventato, in un certo senso, un governo a termine.
Certo, chi esplori la lunga e spesso deprimente storia della dinamica dei governi italiani, delle loro difficoltà e delle loro crisi, potrebbe sostenere che la dichiarazione di voto di Dini differisce poco da quanto nel maggio 1989 pronunciò, con molta arroganza, il vice-segretario del Partito Socialista Claudio Martelli a proposito del governo guidato da Ciriaco De Mita: «quando il tram arriva al capolinea scendono tutti, proprio tutti, anche il conducente». Allora lo scenario politico-istituzionale consentì - per quanto non facilmente, infatti, la crisi fu molto lunga e tormentata - la ricostituzione di un governo di pentapartito guidato da Andreotti, con composizione poco mutata. Per un insieme di ragioni politiche e istituzionali, le opzioni perseguibili nell’attuale situazione italiana appaiono almeno parzialmente diverse e diversificate.
Lo scenario aperto dalla dichiarazione di fuoruscita dall’Unione di cinque senatori potrebbe consentire, al momento opportuno, a Casini, probabilmente in accordo con Fini, e a Berlusconi, appena si sarà ripreso dal clamoroso fallimento della sua “spallata”, di andare dal Presidente della Repubblica a chiedere, presumibilmente con modalità e con toni differenti, le dimissioni del governo. Poiché siamo oramai lontani dalla fase della Repubblica che ho evocato all’inizio, al momento, tuttavia, la decisione di pilotare la crisi o di effettuare un rimpasto sta tutta nelle mani del nient’affatto sfiduciato Presidente del Consiglio Romano Prodi.
Dal canto suo, il Presidente della Repubblica non potrà che rispondere a chi lo interrogasse in materia che, in assenza di una esplicita e limpida sconfitta del governo, eventualmente tradottasi in un voto su una mozione di sfiducia, il governo Prodi rimane legittimamente in carica. Anzi, la sua operatività e quella della sua maggioranza appaiono comprovate dall’approvazione della Finanziaria.
D’altronde, il Presidente Napolitano farà anche rilevare che per qualsiasi eventuale scioglimento anticipato del Parlamento manca la condizione essenziale da lui molto precisamente posta in occasione della crisetta del febbraio 2007, ovvero la formulazione e l’approvazione di una legge elettorale decente senza la quale sarebbe un errore politico e una imprudenza istituzionale tornare alle urne. Manca anche la limpida constatazione, che può venire soltanto da una sconfitta del governo, dell’inesistenza di una maggioranza operativa. Peraltro, neppure le dimissioni del governo Prodi implicherebbero lo scioglimento anticipato immediato del Parlamento.
Altri esiti sono possibili proprio perché, mi pare opportuno ricordarlo a quanti continuano a ritenere, sbagliando, che nelle democrazie parlamentari si ha l’elezione popolare diretta del governo e che, dunque, qualsiasi sostituzione del governo e del suo capo costituisce una violazione, un tradimento del rapporto instaurato con gli elettori, i governi italiani si fondano sulla fiducia del Parlamento e possono essere cambiati in e dal parlamento. Potrebbe, infatti, aversi un rimpasto del governo Prodi che risponderebbe alle richieste avanzate da più parti di uno snellimento della compagine governativa.
Potrebbe anche esserci un allargamento della maggioranza, in contrasto, però, salvo cambiamenti di opinione, con le posizioni finora dichiarate dall’Udc e da Casini poiché la loro pregiudiziale massima consiste nella caduta di Prodi e quella minima nella legge elettorale proporzionale alla tedesca. Potrebbe, infine, anche nascere un governo nuovo, sull’asse portante dell’Unione, con un nuovo Primo ministro. Quest’ultima soluzione appare non impossibile, ma molto complicata alla luce del fatto che il capo del partito più grande, ovvero Walter Veltroni, non è al momento parlamentare. Peraltro, né Carlo Azeglio Ciampi nel 1993 né Lamberto Dini nel 1994 erano parlamentari quando salirono a Palazzo Chigi. Semmai, il problema di Veltroni consiste nella presumibile incompatibilità, se non istituzionale, certo funzionale e anche etica, fra la carica di sindaco di Roma e quella di Presidente del Consiglio.
In definitiva, la situazione politica e istituzionale è tornata ad essere tremendamente imbrogliata. Nessuna pasticciata riforma elettorale potrà mai porre termine ai pasticci politici che derivano dalla protezione e dalla promozione di interessi personali o personalistici. Tempo fa avrei concluso con l’invito a porre mano alle riforme costituzionali. Oggi persino quella strada, percorsa con troppi opportunismi, mi pare fuorviante. Sembra venuta l’ora di un vero e proprio cambio di regime che esige una leadership politica all’altezza della sfida.
Gianfranco Pasquino - - da L'Unità
18 novembre 2007 | 2140 letture | Invia ad un amico | Stampa