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Alì Saccà story
Ora
che il lungo regno di Alì Saccà pare davvero al tramonto, nel corridoio di Raifiction
c'è chi ricorda le sue ultime parole famose: "Sai, in fondo a me dei soldi non
me n'è mai fregato niente. Vivo come un francescano, abito in un appartamento
di 65 metri quadri, mi accontento di un tozzo di pane e una fetta di formaggio".
E, mentre i giornali parlano delle indagini a suo carico per corruzione e di fondi
neri su conti svizzeri per 275 mila euro, l'unica meraviglia è per la cifra: "Ma
come, solo 275 mila?". La storia di Agostino Saccà da Taurianova è un misto di
leggenda e realtà. Dove però la realtà supera la leggenda e la peggiora.
I primi passi don Agostino li muove da giornalista socialista, prima al 'Giornale
di Calabria' poi a 'Panorama'. Nel 1976 approda alla Rai. Tre anni al Gr. Poi
al Tg3: un garofano a Telekabul. Nell'87 passa a RaiDue, vice del direttore craxiano
Luigi Locatelli. Nel '94 trasloca in Forza Italia, giusto in tempo per la prima
abbuffata berlusconiana in viale Mazzini: assistente della presidente Letizia
Moratti, poi capo della comunicazione. Nel '96 l'Ulivo vince le elezioni. Lui,
previdente, ha già fatto amicizia col responsabile informazione del Pds, il turbodalemiano
Claudio Velardi. La Rai però tocca ai veltroniani e, nell'era di Enzo Siciliano
e Franco Iseppi, don Agostino finisce nel cono d'ombra almeno finché, nell'ottobre
'98, D'Alema non espugna palazzo Chigi e viale Mazzini in un colpo solo. Il nuovo
dg Pierluigi Celli gli regala RaiUno, dove comincia a imperversare Bruno Vespa.
Saccà mette in piedi un triumvirato col dalemiano Marcello Del Bosco e un'altra
ex craxiana folgorata sulla via di Arcore: Giuliana Del Bufalo.
Ma
il governo-ombra a tre punte dura poco. Nel 2000 D'Alema cade e Saccà pure. Lo
parcheggiano al Marketing strategico. Ma il Rieccolo di viale Mazzini, come l'avrebbe
chiamato Montanelli, sa che presto tornerà. Intanto cura ufficiosamente l'immagine
di Berlusconi nell'accidentata campagna elettorale 2001. Michele Santoro propone
un faccia a faccia tra i due candidati a Palazzo Chigi. Rutelli accetta, il Cavaliere
no: meglio interviste separate. Santoro propone una cinquina di intervistatori:
Lerner del 'Corriere', Pirani di 'Repubblica', Riotta della 'Stampa', Graldi del
'Messaggero', Rossella di 'Panorama'.
Saccà chiama Santoro e lo invita al bar "per un aperitivo e un consiglio da amico".
Questo: "Michele, Berlusconi non gradisce i giornalisti che hai proposto e vuol
sapere le domande prima. Ti conviene accettare. Sappi che ti stai giocando il
tuo futuro in Rai". Santoro potrà fingere un'intervista aggressiva, ma Berlusconi,
conoscendo le domande in anticipo, farà un figurone. Una sceneggiata per salvare
la faccia a entrambi. Santoro rifiuta. La pagherà cara. Saccà invece va all'incasso:
appena l'amico Silvio torna al governo, rieccolo direttore di RaiUno. E nel marzo
2002, sotto la presidenza di Antonio Baldassarre, diventa financo direttore generale,
previa intervista al 'Corriere' in cui rivela che "io e tutta la mia famiglia
votiamo Forza Italia". Enzo Biagi lo fulmina: "Penso commosso alle nonne e alle
zie". Sono i giorni del diktat bulgaro, di cui don Agostino è l'esecutore materiale.
Via 'Il fatto' di Biagi e 'Sciuscià' di Santoro. Dopo un'estate di finte e controfinte
("Biagi non si tocca"), è proprio lui a licenziare il grande giornalista con 'raccomandata
ricevuta di ritorno'.
In compenso arrivano in Rai i Mediaset Boys: Alessio Gorla ai Palinsesti e Deborah
Bergamini al Marketing. Gli ascolti sono disastrosi, almeno per la Rai, che dal
2002 al 2003 perde per la prima volta la sfida del prime time, precipitando dal
47,6 al 43,6 per cento di share (Mediaset sale dal 43 al 46,4). Un crollo di 4
punti, oltre le più rosee aspettative del partito Mediaset. Nel marzo 2003 arriva
un nuovo Cda, con Lucia Annunziata "presidente di garanzia". Fini chiede la testa
di Saccà, Bossi pure. Berlusconi è costretto a scaricarlo: si nega persino al
telefono. Don Agostino gioca il tutto per tutto: manda avanti il suo assistente,
Carmelo Messina, perché convinca l'amico Tony Renis a chiamare Arcore. Messina,
manager parastatale di lungo corso, è l'uomo che ha presentato a Saccà l'avvenente
Michelle Bonev, sedicente "modella, pittrice, scrittrice, attrice, esperta di
moda e consulente internazionale di vip", subito promossa 'opinionista' al Festival
di Sanremo.
Non sa che Renis ha il telefono intercettato dalla Procura di Potenza. Il 24 marzo
lo chiama e gli illustra la questione: "Senti, gioia, perché non provi a chiamare
l'amico tuo ad Arcore? Digli: 'Silvio, corriamo il rischio di rimanere con una
mano davanti e una di dietro'.". Si parla di sostituire Saccà con un manager esterno:
"Tu digli così: 'Guarda che Fini lo vuol sentire da te che vuoi quello (Saccà,
ndr). Non puoi pensare che esce dal cilindro della divina provvidenza il nome
di Saccà. perché questo ha fatto per te tutto quel che doveva fare. Santoro ecc.
Se lasci che venga un esterno in Rai, la rovini, perché gli interni sono all'80
per cento di centrosinistra e non gli faranno toccar palla. L'unico in grado di
imbrigliarli è Saccà'". Ma la missione fallisce.
Poco
dopo Tony richiama 'zio Carmelo' con la ferale notizia: "Ho chiamato Silvio e
gli ho detto: 'Tu non puoi mollare, devi difendere Saccà fino alla fine'. Ma Silvio:
'Tony, faccio tutto quello che posso, ma Fini e Bossi non lo vogliono.'. Ho capito
che domani lo fanno fuori". E Carmelo, affranto: "È fesso. Agostino gli ha dato
troppe cose senza chiedere in cambio nulla.". Al suo posto arriva Flavio Cattaneo,
che recupererà qualche punto di ascolto. Saccà è candidato a Rai Fiction, ma dichiara
sdegnoso: "In una casa dove si è stati padroni, non si può tornare da maggiordomi".
Poi prende al volo Raifiction, un posticino da 2-300 milioni di euro di investimenti
l'anno, tutti appalti esterni.
Alì Saccà lo trasforma in un sultanato ad personam, anzi ad personas, contando
anche gli amici degli amici. A parte alcuni marchi collaudati, come la Lux dei
Bernabei, Angelo Rizzoli, Endemol, Grundy e Palomar (quella di Montalbano), spuntano
come funghi case di produzione vicine ai politici. La coerenza editoriale è un
optional, ciò che importa è accontentare tutti, e pazienza se si passa dai santi
di Bernabei che garbano al Vaticano, al Barbarossa che piace tanto a Bossi. Insieme
a Del Noce, Saccà blocca per mesi due capolavori come 'De Gasperi' di Liliana
Cavani e 'La meglio gioventù' di Marco Tullio Giordana, sgraditi al centrodestra.
In compenso spalanca le porte alla Titania di Ida Di Benedetto, fidanzata del
forzista Giuliano Urbani; alla Goodtime di Gabriella Buontempo, moglie di Italo
Bocchino (An); alla Cosmoproduction di Elide Melli, moglie del craxian-finiano
Massimo Pini.
Ma
pure alla neonata Paypermoon di Claudio Velardi che, senza alcuna esperienza,
si aggiudica l'appalto per la mega-fiction di 26 puntate 'Raccontami', per la
modica cifra di 12 milioni di euro (con l'anticipo di 790 mila euro Velardi trasforma
la sua scatola vuota in una società vera). Poi ci sono le predilette, 'le saccarine',
spesso peraltro segnalate da terzi. Come le quattro 'attrici' raccomandate da
Silvio "per risollevare il morale del capo". O le protette di un altro esperto
del ramo, Salvo Sottile, portavoce di Fini. Nelle intercettazioni di Potenza,
Saccà gli promette: "Sto lavorando per andare sull'obiettivo", che poi sarebbe
la "protagonista femminile del 'Sangue dei vinti'".
Nel 2005, dopo epici scontri, Cattaneo fa approvare dal cda una delibera che di
fatto commissaria Raifiction. Ma a luglio deve fare le valige all'arrivo del duo
Petruccioli-Meocci. Alì Saccà è in una botte di ferro: Petruccioli non muove passo
senza consultarsi con Del Bosco, vecchio amico di entrambi. A scanso di equivoci,
don Agostino riallaccia i rapporti col centrosinistra, in vista delle elezioni
2006. "In fondo", ripete ad alta voce, "sono un vecchio socialista". Un giorno
irrompe alla presentazione di un libro di Celli, con cui non parla dal 2000, e
lo bacia davanti a tutti. Un altro invita a pranzo Stefano Munafò, uomo del centrosinistra
che ha inventato Raifiction e lui ha pensionato senza nemmeno un grazie. E non
perde una festa del 'Riformista'. Così il ritorno dell'Unione non lo coglie impreparato.
Confermato a Raifiction, sogna un comodo scivolo per una serena vecchiaia: una
cittadella della fiction nella sua Calabria. Intanto i pm di Napoli lo sorprendono
a contattare, per conto di Silvio, il senatore calabrese Pietro Fuda per l'auspicato
ribaltone. L'accusa è grave: corruzione. Proprio ora che le larghe intese sembrano
a un passo. E lui le aveva anticipate dieci anni fa. Le larghe intese nella stessa
persona. La sua.
Peter Gomez e Marco Travaglio
L'Espresso
20 dicembre 2007 | 2682 letture | Invia ad un amico | Stampa