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Tematiche > Politica Italiana

La questione Rutelli

Letti a caldo, i risultati del ballottaggio di Roma e provincia dicono che ci sono stati elettori tra quelli chiamati a votare entrambe le schede che hanno dato la loro preferenza a Nicola Zingaretti del Pd per quanto riguarda la presidenza di Palazzo Valentini, mentre per il primo cittadino della capitale alcuni (ma alcuni di quelli che alla fine faranno la differenza) hanno preferito il candidato di destra Gianni Alemanno. La differenza si aggira intorno ai sessantamila voti. Considerazioni.

La prima è che in virtù di questi dati bisognerebbe chiedersi se non sia stata sbagliata la scelta del candidato. "Ri-Ciccio Rutelli", come recitavano i volantini di Forza Nuova affissi in questi giorni per le strade della capitale, non rappresentava certamente un segno di novità, quanto piuttosto di continuità rispetto non soltanto alla gestione Veltroni, ma a quella che già dodici anni prima aveva visto lo stesso Rutelli cimentarsi nel ruolo di sindaco della città. Elemento che, invece di costituire un punto di forza nel tentativo di coinvolgere la maggioranza dell'elettorato romano, si è rivelato essere un punto debole del centrosinistra, per l'occasione ricongiuntosi con la Sinistra Arcobaleno.

Qui si aggiunge un'altra considerazione, che riflette il tipo di effetto che può aver prodotto in un certo numero di cittadini la (ri)proposta di tale alleanza su scala territoriale, così nettamente rifiutata (in maniera "consensuale") su scala nazionale. Su questo aspetto i numeri sembrano apparentemente dar ragione al vecchio schema dell'Unione: ma non si può non tenere presente che, dopo quasi due anni di governo così clamorosamente bocciato dalla maggior parte degli italiani, sarebbe stato strategicamente improponibile un remake di quanto già visto e vissuto. E a tal proposito, è proprio la sconfitta di una figura come quella di Francseco Rutelli a confermare questo scenario. Ma c'è dell'altro.

C'è che ora, inevitabilmente, su scala nazionale verrà messa in discussione anche la leadership di Walter Veltroni, che già in forme poco visibili ma sufficientemente percettibili era stata chiamata in causa dopo il voto del 13 e 14 aprile. Al distacco di nove punti rispetto al Pdl, si aggiunge infatti ora la perdita della capitale da lui governata per quasi un decennio, e abbandonata in fretta e furia proprio per l'urgenza politica dettata dalle elezioni anticipate. Il danno e la beffa, per il segretario nazionale del Pd, a fronte di una succulenta ciliegina posta sulla torta della vittoria di Berlusconi e cricca al seguito.

I primi commenti maligni (e forse ingenerosi) che circolano, nelle agenzie di stampa come nella rete, sono quelli di un Veltroni invitato "ad andarci veramente", in Africa, per fare quel bene che non è riuscito a fare nel suo paese. Magari accompagnato da colui che doveva riaprire la partita con la conquista della poltrona di primo cittadino capitolino, e che invece ha contribuito a trasformare una sconfitta in una vera e propria disfatta.

Nel loft di Sant'Anastasia per adesso cala il sipario, seppure qualcuno vocifera subito intorno al ticket Bersani-Letta, da mettere in campo al più presto possibile per non perdere anche il treno delle europee del 2009. Intanto a Roma (con i tassinari che strombazzano), croci celtiche e braccia tese festeggeranno incuranti dell'apologia di reato sino a notte fonda e chissà per quanto, e soprattutto come: naturalmente inneggiando al duce che fu.

Woland - aprileonline

29 aprile 2008 | 2094 letture | Invia ad un amico | Stampa



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