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La lezione nel caso Schifani
E' utile ragionare sul "caso Schifani". E - ancora una volta - sul giornalismo
d'informazione, sulle "agenzie del risentimento", sull'antipolitica.
Marco Travaglio sostiene, per dirne una, che fin "dagli anni Novanta, Renato Schifani
ha intrattenuto rapporti con Nino Mandalà il futuro boss di Villabate" e protesta:
"I fascistelli di destra, di sinistra e di centro che mi attaccano, ancora non
hanno detto che cosa c'era di falso in quello che ho detto". Gli appare sufficiente
quel rapporto lontano nel tempo - non si sa quanto consapevole (il legame tra
i due risale al 1979; soltanto nel 1998, più o meno venti anni dopo, quel Mandalà
viene accusato di mafia) - per persuadere un ascoltatore innocente che il presidente
del Senato sia in odore di mafia. Che il nostro Paese, anche nelle sue istituzioni
più prestigiose, sia destinato a essere governato (sia governato) da uomini collusi
con Cosa Nostra.
Se si ricordano queste circostanze (emergono da atti giudiziari)
è per dimostrare quanto possono essere sfuggenti e sdrucciolevoli "i fatti" quando
sono proposti a un lettore inconsapevole senza contesto, senza approfondimento
e un autonomo lavoro di ricerca. E' un metodo di lavoro che soltanto abusivamente
si definisce "giornalismo d'informazione".
Le lontane "amicizie pericolose"
di Schifani furono raccontate per la prima volta, e ripetutamente, da Repubblica
nel 2002 (da Enrico Bellavia). In quell'anno furono riprese dall'Espresso (da
Franco Giustolisi e Marco Lillo). Nel 2004 le si potevano leggere in Voglia di
mafia (di Enrico Bellavia e Salvo Palazzolo, Carocci). Tre anni dopo in I complici
(di Lirio Abbate e Peter Gomez, Fazi). Se dei legami dubbi di Schifani non si
è più parlato non è per ottusità, opportunismo o codardia né, come dice spensieratamente
Travaglio a un sempre sorridente Fabio Fazio, perché l'agenda delle notizie è
dettata dalla politica ai giornali (a tutti i giornali?).
Non se n'è
più parlato perché un lavoro di ricerca indipendente non ha offerto alcun - ulteriore
e decisivo - elemento di verità. Siamo fermi al punto di partenza. Quasi trent'anni
fa Schifani è stato in società con un tipo che, nel 1994, fonda un circolo di
Forza Italia a Villabate e, quattro anni dopo, viene processato come mafioso.
I filosofi ( Bernard Williams, ad esempio) spiegano che la verità offre
due differenti virtù: la sincerità e la precisione. La sincerità implica semplicemente
che le persone dicano ciò che credono sia vero. Vale a dire, ciò che credono.
La precisione implica cura, affidabilità, ricerca nello scovare la verità, nel
credere a essa. Il "giornalismo dei fatti" ha un metodo condiviso per acquisire
la verità possibile. Contesti, nessi rigorosi, fonti plurime e verificate e anche
così, più che la verità, spesso, si riesce a capire soltanto dov'è la menzogna
e, quando va bene, si può ripetere con Camus: "Non abbiamo mentito" (lo ha ricordato
recentemente Claudio Magris).
Si può allora dire che Travaglio è sincero
con quel dice e insincero con chi lo ascolta. Dice quel che crede e bluffa sulla
completezza dei "fatti" che dovrebbero sostenere le sue convinzioni. Non è giornalismo
d'informazione, come si autocertifica. E', nella peggiore tradizione italiana,
giornalismo d'opinione che mai si dichiara correttamente tale al lettore/ascoltatore.
Nella radicalità dei conflitti politici, questo tipo di scaltra informazione veste
i panni dell'asettico, neutrale watchdog - di "cane da guardia" dei poteri ("Io
racconto solo fatti") - per nascondere, senza mai svelarla al lettore, la sua
partigianeria anche quando consapevolmente presenta come "fatti" ciò che "fatti",
nella loro ambiguità, non possono ragionevolmente essere considerati (a meno di
non considerare "fatti" quel che potrebbero accusare più di d'un malcapitato).
L'operazione è ancora più insidiosa quando si eleva a routine. Diventata
abitudine e criterio, avvelena costantemente il metabolismo sociale nutrendolo
con un risentimento che frantuma ogni legame pubblico e civismo come se non ci
fosse più alcuna possibilità di tenere insieme interessi, destini, futuro ("Se
anche la seconda carica dello Stato è oggi un mafioso..."). E' un metodo di lavoro
che non informa il lettore, lo manipola, lo confonde. E' un sistema che indebolisce
le istituzioni. Che attribuisce abitualmente all'avversario di turno (sono a destra
come a sinistra, li si sceglie a mano libera) un'abusiva occupazione del potere
e un'opacità morale. Che propone ai suoi innocenti ascoltatori di condividere
impotenza, frustrazione, rancore. Lascia le cose come stanno perché non rimuove
alcun problema e pregiudica ogni soluzione. Queste "agenzie del risentimento"
lavorano a un cattivo giornalismo. Ne fanno una malattia della democrazia e non
una risorsa. Si fanno pratica scandalistica e proficuamente commerciale alle spalle
di una energica aspettativa sociale che chiede ai poteri di recuperare in élite
integrity, in competenza, in decisione. Trasformano in qualunquismo antipolitico
una sana, urgente, necessaria critica alla classe politico-istituzionale.
Nel "caso Schifani" non si può stare dalla parte di nessuno degli antagonisti.
Non con Travaglio che confonde le carte ed è insincero con i tanti che, in buona
fede, gli concedono fiducia. Non con Schifani che, dalle inchieste del 2002, ha
sempre preferito tacere sul quel suo passato sconsiderato. Non con chi - nell'opposizione
- ha espresso al presidente del Senato solidarietà a scatola chiusa. Non con la
Rai, incapace di definire e di far rispettare un metodo di lavoro che, nel rispetto
dei doveri del servizio pubblico, incroci libertà e responsabilità. In questa
storia, si può stare soltanto con i lettori/spettatori che meritano, a fronte
delle miopie, opacità, errori, inadeguatezze della classe politica, un'informazione
almeno esplicita nel metodo e trasparente nelle intenzioni.
Giuseppe
D'Avanzo - da Repubblicaonline 13 maggio 2008
14 maggio 2008 | 2010 letture | Invia ad un amico | Stampa