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Quando le multinazionali fanno il pieno
So, was this what the Iraq war was fought for, after all? Così, era
per questo che si era combattuta la guerra in Iraq, infine? Inizia con questa
domanda dal vago sapore retorico l’articolo rivelazione del quotidiano inglese
The Independent. Nel numero domenicale del 7 Gennaio, troviamo infatti
pubblicata la bozza di una nuova possibile legge che darebbe alle compagnie
petrolifere occidentali il controllo su un’enorme fetta delle riserve irachene.
Questa proposta segue di poche settimane i suggerimenti dell’Iraq Study Group,
guidato da James Baker. Pragmatico per eccellenza, James A. Baker III raccomandava
nelle sue conclusioni un ritiro graduale delle truppe entro il 2008 e l’apertura
ai privati del mercato del greggio iracheno, ora nazionalizzato. I media mondiali,
concentrati esclusivamente sul primo punto, si sono dimenticati di osservare
il secondo. L’importanza di una tale mossa è indubbia, sia sotto il profilo
economico che geopolitico.
Dopo l’11 Settembre la dipendenza dal petrolio saudita era diventata non solo
imbarazzante, ma anche pericolosa per gli USA. La famiglia reale saudita sembra
aver dimenticato i rapporti idilliaci con Washington e guarda con sempre maggior
interesse verso Mosca e Pechino. Il controllo della terza riserva petrolifera
mondiale sembrava aver risolto questi problemi, grazie ad una serie di giacimenti
praticamente intonsi, ottimi per soddisfare i propri bisogni energetici.
Tuttavia i costi della guerra e della successiva ricostruzione appaiono ora
troppo gravosi per la Casa Bianca. Oberati dai debiti, necessitano di capitali
freschi.
La vera svolta per uscire da questo stato di crisi è fare entrare il denaro
contante portato in dote dalle multinazionali del petrolio. Questo matrimonio
s’ha da fare a patto però che la sposa, l’Iraq, sia il più attraente possibile.
Come fare se non offrendo agli eredi delle Sette Sorelle prezzi stracciati,
fuori dal mercato mondiale come convenienza?
La bozza scoperta dall’The Independent è la risposta naturale a questo
quesito. Il meccanismo scelto è quello del “Production Sharing Agreement”. Si
offre quindi alle multinazionali una sorta di “rimborso spese” consentendogli
di tenere per sé, come copertura degli investimenti iniziali, una fetta consistente
dei profitti petroliferi. Si parla del 70% dei ricavati, a fronte del 40% solitamente
offerto. Ovviamente il vantaggio non si limita all’ammortizzare prima gli investimenti,
anche la quota per gli anni successivi è allettante: il 20% raffrontato al normale
10%. Tutto questo in un contratto di ferro dalla durata trentennale. Per quanto
l’offerta faccia gola è difficile che le compagnie maggiori intervengano subito,
si limiteranno a fare intervenire le loro consociate più piccole. Il motivo
è semplice: il paese è ancora troppo instabile. Nel momento in cui la guerriglia
avrà esaurito la sua fase di massima basterà acquistare le concessioni.
Il fatto che molte delle aziende in questione siano americane non può che far
piacere alla Casa Bianca. In questo modo c’è la possibilità di far tornare indietro,
seppur dilazionati nel tempo, i soldi spesi per la guerra. Inoltre le compagnie
petrolifere non verrebbero da sole. Porterebbe con sé un esercito di “contractors”
e civili di ogni sorta, impegnati a difendere i pozzi. Concedendo quindi una
boccata d’aria alle stremate truppe presenti nell’Iraq occupato. Inutile dire
che questo comporti anche vantaggi di natura tecnica: i “contractors” non hanno
dietro di sé il peso dell’opinione pubblica. Sono praticamente invisibili agli
occhi dell’uomo comune che apre il giornale. Che uccidano o vengano uccisi a
saperlo saranno praticamente soltanto gli addetti ai lavori.
C’è poi un terzo motivo legato sia a quello che è il prezzo del petrolio che
alla sua geopolitica. Si deve infatti considerare che questo mercato non è esattamente
concorrenziale, anzi. Segue in pieno quelle che sono le regole dell’oligopolio.
In pratica l’ultima parola sui prezzi spetta all’Opec, il cartello degli undici
maggiori produttori di greggio. Un colosso che da solo controlla il 78% delle
riserve mondiali. Il problema sorge quando a far parte dell’Opec non troviamo
un paese come gli Stati Uniti che, nel cartello, vedono più un nemico che un
alleato.
Non potendo entrare direttamente Washington ha deciso di utilizzare un proprio
cavallo di Troia. Compito di questo agente è sfondare regolarmente il tetto
di produzione concordato, col risultato di abbassare il prezzo. In passato questo
ruolo è stato coperto dal Venezuela, ma l’arrivo di Chavez e il suo impossessarsi
della compagnia petrolifera nazionale hanno fatto perdere il controllo americano
sul seggio sudamericano all’Opec.
Quale miglior candidato, dunque, del governo fantoccio iracheno per ricoprire
il ruolo lasciato da Caracas? Perché comunque, anche nel progetto attuale, le
concessioni riguardanti i diritti di estrazione vengono rilasciate dal governo
centrale iracheno. Scelta non casuale, nonostante la pretesa costituzione federalista.
Le autorità territoriali infatti risultano essere molto meno controllabili,
se non altro per la forte componente etnica che li contraddistingue. In un Iraq
sull’orlo della guerra civile affidare la ricchezza principale alle fazioni
in conflitto sarebbe stata una scelta oltremodo stupida, se non suicida.
Un altro modo per definire il petrolio è “oro nero”. Metafora linguistica sicuramente
azzeccata per raccontare l’importanza del greggio nelle nostre vite. Tuttavia
ancora una volta quello che per il mondo occidentale è nuova occasione di arricchimento
per l’Iraq si trasforma nell’ennesimo tentativo di colonizzazione.
Giorgio Ghiglione e Matteo Cavallaro
fonte: altrenotizie.org
25 gennaio 2007 | 3266 letture | Invia ad un amico