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La strana alleanza di Fini e Veltroni sulla modifica della legge elettorale
L'interesse comune è salvare il bipolarismo, Gianfranco Fini lo dice chiaro e tondo e Walter Veltroni lo conferma. Il sindaco di Roma e il presidente di An, eterne promesse dei rispettivi schieramenti, cercano di unire le forze per evitare che Unione e Casa delle Libertà si sfaldino, causa disegni neo-centristi, proprio quando entrambi sembrano destinati a giocare un ruolo in prima fila.
I due scelgono il convegno organizzato da Gianni Alemanno per lanciare la proposta comune che prevede riforma elettorale e ritocchi alla Costituzione. Trovano la sponda interessata di Vannino Chiti, che intravede la soluzione per mettere il Governo al riparo dal rischio-referendum, ma proprio per lo stesso motivo raccolgono il 'no grazie' di Giuseppe Pisanu, che preferisce scenari meno ambiziosi.
Tra Veltroni, Chiti e Fini ci deve essere stato più di un comune sentire, lo prova il fatto che i tre oggi hanno parlato lingue molto simili. Qualche differenza di accento la si trova rispetto al referendum: cauto Chiti, che lo definisce una "sollecitazione"; osa un po' di più Veltroni, ricordando che senza i referendum non sarebbe stato possibile cambiare la legge elettorale in senso maggioritario; più diretto Fini: se non si cambia la legge in Parlamento, arriva il referendum e allora "ognuno si assumerà le proprie responsabilità".
Ma per il resto sembra di sentire un unico discorso: non basta fare la legge elettorale, bisogna cogliere l'occasione per apportare ritocchi mirati alla Costituzione. Lo dice Chiti, lo ripete Veltroni, lo conferma Fini. Solo Pisanu dice di no. Per l'ex ministro dell'Interno del Governo Berlusconi, mettere mano anche alla Costituzione allungherebbe i tempi e non si riuscirebbe a cambiare la legge elettorale in tempo per scongiurare il referendum.
In realtà, chi segue la via della riforma della Carta lascia capire che proprio questa sarebbe la strada per cercare di rinviare il referendum. Veltroni lo dice chiaramente: "L'obiettivo del movimento referendario è rafforzare il bipolarismo. E' mia opinione che se maturasse un'intesa tra le forze politiche sui temi di cui discutiamo oggi (legge elettorale e ritocchi alla Carta per rafforzare i poteri del premier, ndr) il movimento referendario non potrebbe che prenderne atto positivamente e creare condizioni tali che permettano a questo accordo di diventare realtà". Tradotto: i referendari, se dovesse essere avviato un tavolo complessivo su legge elettorale e Costituzione, potrebbero ritardare l'avvio della raccolta delle firme.
Ipotesi che, in realtà, trova sensibilità diverse nel movimento referendario. Se il presidente del comitato promotore Giovanni Guzzetta mostra una qualche disponibilità, il coordinatore Mario Segni chiude la porta. Dice Guzzetta: "Dal Parlamento, se riesce, ci aspettiamo riforme alte, l'errore peggiore sarebbe una soluzione minimalista. Noi abbiamo fissato l'asticella, ma nulla impedisce alle forze politiche di saltare più in alto". Segni, a scanso di equivoci, ribadisce invece che ad aprile partirà la raccolta delle firme: "Il 24 aprile inizieremo la raccolta delle firme per il referendum. E andremo avanti con la massima determinazione. Da Fini e Veltroni sono state dette cose giuste ma tutti sanno che senza la spinta referendaria non cambia nulla".
Ma Veltroni lancia anche un'altra rassicurazione verso palazzo Chigi: le modifiche alla Costituzione dovrebbero essere valutate non in nuove bicamerali o in costituenti, poco gradite a Prodi che teme finiscano per interferire con la stabilità dell'esecutivo, ma nelle "commissioni esistenti" in Parlamento, cioè nelle commissioni permanenti competenti in materia. Poche modifiche, mirate, da affrontare nelle sedi istituzionali.
Certo, c'è Fini che chiede un dialogo libero da "vincoli di maggioranza", e questo non semplifica la vita. Un confronto di questo genere rischia di ripercuotersi inevitabilmente sul Governo, anche se Fini precisa che la Cdl dovrebbe a sua volta rinunciare a "vincoli di coalizione". Inoltre, resta l'ostacolo del doppio turno: il modello elettorale più gettonato, ha ricordato Chiti, è quello degli enti locali, che si basa appunto sul doppio turno. Ma su questo né An né Fi sono intenzionati a concedere molto. Soprattutto, c'è Fi che per ora non sembra intenzionata a seguire la strada di mettere mano alla Costituzione.
Chiti ha spiegato che il suo mandato terminerà a fine febbraio e, a quel punto, presenterà ai partiti le linee-guida di un possibile terreno di confronto. La trattativa pare tutt'altro che semplice.
31 gennaio 2007 | 07:00:00 | 2494 letture | Invia ad un amico | Stampa
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